Lettera aperta agli elettori di Cappellacci
Voi che avete avuto il coraggio di votare una persona incapace di affrontare un contraddittorio pubblico.
Voi che avete avuto il coraggio di votare una persona incapace di affrontare un contraddittorio pubblico.
INVECE DI UNA LETTERA
Il fumo del tabacco ha roso l’aria.
La stanza
è un capitolo dell’inferno di Krucenych.
Ricordi?
Accanto a questa finestra
per la prima volta
accarezzai freneticamente le tue mani.
Oggi, ecco, sei seduta,
il cuore rivestito di ferro.
Ancora un giorno
e mi scaccerai,
forse maledicendomi.
Nella buia anticamera, la mano, rotta dal tremito,
a lungo non saprai infilarsi nella manica.
Poi uscirò di corsa,
e lancerò il mio corpo per la strada.
Fuggito da tutti,
folle diventerò,
consunto dalla disperazione.
Ma non è necessario tutto questo;
cara
dolce,
diciamoci adesso addio.
Il mio amore,
peso così schiacciante ancora,
ti grava sopra
lo stesso,
dovunque tu fugga.
Lasciami sfogare in un ultimo grido
l’amarezza degli offesi lamenti.
Se lo sfiancano di lavoro, un bue,
se ne va
ad adagiarsi sulle fredde acque.
Ma, al di fuori del tuo amore,
per me
non c’è mare,
e dal tuo amore neanche col pianto puoi impetrare tregua.
Se l’elefante sfinito cerca pace,
si stende regalmente sulla sabbia arroventata.
Ma, al di fuori dl tuo amore,
per me
non c’è sole,
e io non so neppure dove sei e con chi.
Se cpsì tu avessi ridotto un poeta,
lui
avrebbe lasciato la sua amata per la gloria e
il denaro,
ma per me
non un solo
suono è di festa
oltre a quello del tuo amato nome.
Non mi butterò nella tromba delle scale,
non ingoierò veleno,
non saprò premere il grilletto contro la tempia.
Su di me,
al di fuori del tuo sguardo,
non ha potere la lama di nessun coltello.
Domani dimenticherai
che t ho incoronato,
che l’anima in fiore ho incenerito con l’amore,
e lo scatenato carnevale dei giorni irrequieti
scompiglierà le pagine dei miei libri…
Potranno mai le foglie secche delle mie parole
trattenerti un momento
per aspirare avidamente?
Ma lascia almeno
ch’ io lastrichi con un’ultima tenerezza
il tuo passo che s’allontana
(V. Majakovskij)

?? Ed eccoci qui, o amici, una lavagna, la lavagna della nostra comune esistenza. Essa è oggi un intrico di nomi e di date che dà le vertigini, perfino tutti noi vi siamo segnati con nome, cognome, lavoro, speranze, peccati e segreti pensieri; i fatti grandi scritti in grande, i nostri piccoli piccoli. Quante cose amare e tremende che si aveva l?impressione di aver dimenticato e invece pesano nell?interno di noi. Quante cose da seppellir,. Coraggio, allora, cancelliamo. Come sempre, ci si è lasciati prendere all?ultimo momento e forse non faremo in tempo a buttar via tutto quello che occorre. Ma intanto proviamo. La maledetta sfera dell?orologio corre, non c?è potenza dell?universo che la possa fermare e tra pochi minuti suonerà mezzanotte. Su, presto, cancelliamo, prima che il Bambino Gesù , nascendo, abbia a leggere tante brutte cose. (?) Ma adesso? Al posto delle vergogne cancellate, che cosa noi metteremo? Lasciare lo spazio vuoto perché Colui che viene si accorga che è stata tutta una commedia? Da, dan, l?orologio della chiesa batte i primi dei famosi colpi. Svelti, scrivete. Scrivete che non è tutta colpa nostra se siamo diventati così, che siamo un poco inveleniti, e i pastrani mostrano la corda, e il tacchino nella pentola stasera non è propriamente un tacchino ma un più sparuto volatile che non sarebbe esagerato chiamare pollastrello. Scrivete che l?intenzione di voler bene agli altri ci sarebbe ma che gli altri ci fanno un po? paura. Scrivete che la parola guerra ce l?hanno insegnata da bambini e che in realtà non ci è mai piaciuta e che per quanto ci riguarda promettiamo di non nominarla mai più?..?
(Dino Buzzati)

Morire – questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.
Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.
Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c’era qualcuno, c’era,
e poi d’un tratto è scomparso,
e si ostina a non esserci.
In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani si è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Cos’altro si può fare.
Aspettare e dormire.
Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora
che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all’inizio niente salti né squittii.
(Wislawa Szymborska)

Anch’io ho dimenticato la morte, disse António Mora, perché ho letto il paterno Lucrezio che insegna il ritorno della vita nell’Ordine della Natura, e ho capito che tutti gli atomi che ci compongono, queste particelle infinitesimali che sono il nostro corpo di ora, dopo torneranno nel ciclo eterno e saranno acqua, terra, fertili fiori, piante, la luce che dà la vista, la pioggia che ci bagna, il vento che ci scuote, la neve candida che ci avvolge col suo manto in inverno. Noi tutti ritorneremo qui sulla terra, o grande Pessoa, nelle innumerevoli forme che vuole la Natura, e forse saremo un cane, chiamato Jó, un filo d’erba o le caviglie di una giovane inglese che guarda stupita una piazza di Lisbona. Ma la prego, è presto per partire, resti ancora un po’ fra noi, in quanto Fernando Pessoa.
Pessoa appoggiò una guancia sul cuscino e fece un sorriso stanco. Caro António Mora, disse, Proserpina mi vuole nel suo regno, è ora di partire, è ora di lasciare questo teatro d’immagini che chiamiamo la nostra vita, sapesse le cose che ho visto con gli occhiali dell’anima, ho visto i contrafforti di Orione, lassù nello spazio infinito, ho camminato con questi piedi terrestri sulla Croce del Sud, ho attraversato notti infinite come una cometa lucente, gli spazi interstellari dell’immaginazione, la voluttà e la paura, e sono stato uomo, donna, vecchio, bambina, sono stato la folla dei grandi boulevards delle capitali dell’Occidente, sono stato il placido Buddha dell’Oriente del quale invidiamo la calma e la saggezza, sono stato me stesso e gli altri, tutti gli altri che potevo essere, ho conosciuto onori e disonori, entusiasmi e sfinimenti, ho attraversato fiumi e impervie montagne, ho guardato placide greggi e ho ricevuto sul capo il sole e la pioggia, sono stato femmina in calore, sono stato il gatto che gioca per strada, sono stato sole e luna, e tutto perché la vita non basta. Ma ora basta, mio caro António Mora, vivere la mia vita è stato vivere mille vite, sono stanco, la mia candela si è consumata, la prego, mi dia i miei occhiali.
Antonio Mora si aggiustò la tunica, Prometeo premeva in lui, oh, esclamò, cielo divino, venti alati veloci, fonti dei fiumi, sorriso innumerevole delle onde marine, terra, Madre universale, Voi invoco, e il globo del sole che tutto vede, guardate che cosa subisco.
Pessoa sospirò, Antonio Mora prese gli occhiali sul comodino e glieli accomodò sul viso, Pessoa spalancò gli occhi, e le sue mani si fermarono sul lenzuolo.
Erano esattamente le venti e trenta del trenta novembre millenovecentotrentacinque.
(dal cd “l’incapacità di pensare” di Mariano Deidda, voce recitante Valentina Montanari, tratto dal libro “Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa” di Antonio Tabucchi. Sellerio editore, Palermo).

Erano almeno due famiglie, forse tunisine, forse dell’est Europa. Hanno vissuto per mesi sotto gli anfratti della statale, vicino al villaggio dei pescatori.
Hanno sistemato le loro cose sfruttando gli angoli e i ripari offerti dall’architettura della strada, dividendo il terreno con tende e mobilio recuperato qua e là, allestendo veri e propri ambienti domestici completi di tutto fuorchè del tetto. Mi sentivo quasi indiscreta a curiosare lì sotto i ponti. Il serpentone di cemento armato li ha accolti nel suo ventre con inaspettata generosità.
E loro hanno sfruttato lo spazio disponibile: la temperatura era già sopportabile, anche durante la notte, quando il suono dei grilli veniva interrotto solo dal rombo delle macchine e dei camion sopra le loro teste. Spazio tanto, sotto questo sole che non si risparmia e l’azzurro limpido e salato del cielo che sfida il mare in una lotta al più brillante luccichio.
E alle loro spalle questa città granitica e bianca, un pò ambigua a dire il vero, una città che non dice di no ma neanche di sì: sopporta sorniona, come ha sempre sopportato la varietà di razze e genti diverse invadere le sue spiagge e oltre.
Sorniona attende: sa che qualcuno si fermerà incantato dai suoi colori e dalle sue misteriose seppur semplici atmosfere. Che altri partiranno a cuor leggero; mentre i suoi abitanti, coloro che qui sono nati e cresciuti, vanno via con il cuore greve di struggente nostalgia.
Loro andavano via. A piedi, lungo la statale nella direzione del porto. Sparsi in piccoli gruppi lungo un percorso di almeno un chilometro formavano una piccola processione migratoria.
Per trasportare le loro cose hanno utilizzato, nell’ordine; un passeggino blu carico di un lungo sacco tubolore gonfio e alto (blu anch’esso); una carrozzina bianca stippata di buste e sacchi, zeppa come un bignè alla crema; un carrello rosso di Auchan.
I carichi più pesanti erano trasportati dagli uomini; più indietro le donne, curve sotto pesanti zaini, si occupavano di tenere compatto il gruppo dei bambini; due di loro avanzavano tenendosi a braccetto. Gli adulti avevano facce serie e affaticate, più dalla vita che dal caldo di quel pomeriggio. I bambini invece sorridevano tra loro, come eccitati dall’imminente viaggio, dalle dimensioni enormi e bianche della nave, dalle promesse indistinte dell’orizzonte.
Ho colto da lontano il loro sguardo e il loro sorriso mentre ero in fila al semaforo, mi sono girata a riprenderlo, ad assaporarlo, a rimpiangerlo, quel sorriso di inconsapevolezza e gioco.
E’ stata una delle poche espressioni di leggerezza e libertà raccolte in questo periodo.

Forse perché della fatal quiete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,
e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co’ miei pensieri su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirito guerrier ch’entro mi rugge.
(Ugo Foscolo)

Verbale di riunione
Partecipanti: il Responsabile Tecnico, la Manager T, il Capo della Manager T, il Responsabile Rapporti con l’Utenza, il Legale, il Responsabile Finance, il collega del Responsabile Tecnico, gli Uomini del Marketing, il collaboratore della Manager T.
L’obiettivo della riunione è scegliere la soluzione ottimale tra le alternative proposte per affrontare la fase transitoria prima della implementazione delle variabili tipiche della fase definitiva. Tutto questo dopo aver identificati ed esplicitati i parametri della situazione a regime.
Segue l?esame dei singoli scenari proposti.
Lettura individuale dei parametri e confronto con se stessi circa le personali posizioni. Un minuto di silenzio
Apertura del dibattito
Il Responsabile Tecnico: la soluzione 1/b è la più economica ma quella che implica un maggior grado di guastabilità (sia che si parli di errori che di veri e propri guasti). Però c’è l?opzione alfa che (anche se invasiva) ha più verosimilmente un minore impatto verso il cliente. Ciò salvaguarderebbe in parte l’immagine dell’azienda.
la Manager T: tutto ciò è sostenibile e il delta è significativo, soprattutto se moltiplicato per 2.500 clienti per i tre mesi della fase transitoria (che potrebbero verosimilmente essere più di tre)
Il Responsabile Rapporti con l’Utenza: in termini di customer experience non dimentichiamoci che ci sarà un giorno in cui il cliente sarà completamente staccato: bisogna gestire il cut over che, sfortunatamente, coincide e corrisponde proprio con il momento della Dark. Bisogna gestire la comunicazione con il cliente che è già in pre-allarme. Anche se siamo in fase transitoria dobbiamo recuperare tempo prezioso per arrivare indenni alla fase definitiva.
gli Uomini del Marketing (in coro): così perderemo almeno la metà della customer base !
Il Responsabile Tecnico: ma i clienti che rimarranno avranno avuto una customer experience più dolce, anche se con il disservizio
la Manager T: quale è il limite per sapere se la 1/b è una soluzione percorribile?
il Legale: domani, dopo l’incontro con i competitors, lo sapremo!
la Manager T: non è tutto così semplice: tu sei abituato alla veloce commutazione del pacchetto, ma non funziona sempre così, soprattutto al momento della cessazione.
il Responsabile Finance: se rimanessimo in questa situazione, quale è la situazione globale dei costi e della marginalità del prodotto?
La Manager T: ribadisco che ci manca la certezza che la 1/b sia una strada percorribile!
il Legale: domani, dopo l’incontro con i competitors, lo sapremo
il Responsabile Tecnico: non dimentichiamoci il discorso delle reti parallele con l’eventualità di punti con fattibilità negativa
il Capo della manager T (finora in silenzio con le braccia conserte finalmente alza lo sguardo e con tono solenne): beh, allora questo cambia le dimensioni del problema!! Non possiamo trascurare questa incombente minaccia!
il Responsabile Tecnico: non guardare me, sfondi una porta aperta!!!
la Manager T: Si, ma non possiamo corrompere il prodotto!
il Capo del Responsabile Tecnico : si, ma non possiamo ricalcare lo stesso prodotto senza rischiare di corromperlo: dovremmo creare nuovi prodotti
Il Responsabile Rapporti con l’utenza: il problema sarà allora formare i boys del call center la differenza tra prodotti attuali, prodotti della fase transitoria e prodotti della fase definitiva
il Collega del Responsabile Tecnico: per la cessazione dipende da come interpretiamo questo fatto: è una questione di percezione, anche per il cliente!
il Collaboratore della Manager T (timidamente): speriamo di sapere qualcosa di nuovo già da doman l’altro
il Legale: ho già detto che domani, dopo l’incontro con i competitors, sapremo tutto!
Sciolte le righe, la discussione riprenderà dopo la Liberazione alla luce delle strategie dei competitors.

Le parole bussano alla porta una volta sola. Se non apri subito se ne vanno via ed è difficile farle tornare indietro.
Anche quando le richiami (quando hai tempo per loro), anche se sembrano tornare indietro in realtà non sono le stesse che hanno bussato la prima volta.
I minuti trascorsi tra la loro prima visita e l’avverarsi del tuo tempo libero, hanno stratificato la strada di altre emozioni, altri pensieri e altre urgenze.
E’ così che richiamo, ora, le parole che hanno bussato da me questo pomeriggio. Ma loro non tornano: con le loro voci suadenti ed effimere sono partite chissà dove, oltre le stelle (forse) o tra le onde del mare, trasportate via da questo vento di maestrale.
Rimane solo l’immagine dello scarafaggio nero e grasso che camminava sulla mia strada (o ero io che camminavo sulla sua?). L’ho schiacciato. Ma non tutto però, ma solo a metà. Quasi avessi l’incosnscia intenzione di rendergli la morte una questione difficile e di lunga durata.
Mentre parlavo con lei, l’ho visto agitarsi a pancia insù, le zampe a casaccio nell’aria e la pancia mezzo sventrata. Mi dispiace se sono stata io, ho pensato. E l’ho rimesso a pancia ingiù spostandolo sotto una foglia, perchè almeno fosse una morte privata e silenziosa.
Le formiche l’hanno invaso frenetiche e con un lavoro meticoloso e accurato lo hanno sezionato e sviscerato recuperando il recuperabile per mandare avanti la vita.

Solo.
Mi sento solo e lento.
Sento il sole sul viso che mi consola di questa emarginazione, della desolazione di questi luoghi comuni, della sensazione di stare indietro rispetto alle corse di tutti gli altri.
Ma dove vanno così di fretta? Chissà quali attrazioni meravigliose li aspettano per affrettarsi tanto, per litigare per un parcheggio, per sgomitare nella fila alle poste. Io ho tutto il tempo del mondo, anzi…diciamo che devo pensare a come impiegare la giornata che sembra così lunga e priva di significato, fuori dal giro dalle corse e del lavoro.
Mi vergogno di questi pensieri ovvi e scontati.
Ho nostalgia di un’altra vita, che non è quella in città, ma forse della campagna, della compagnia di amici ormai andati, della mia vita in famiglia, di mia moglie che vado a trovare ogni giorno per un dialogo muto e onnicomprensivo.
Ho nostalgia di avere un progetto, una ragione per combattere, una speranza. Ma nessuno mi da più fiducia, ormai: i miei figli la vivono come un’invasione e un’intromissione se mi permetto di proporre loro qualcosa da fare insieme, dicono che vogliono decidere ?da loro? e che ormai sono adulti, hanno la loro vita e vogliono avere delle idee che siano loro idee e che le sfide se le scelgono da soli, anzi, le cose che ho messo da parte per loro, dicono, sono solo una responsabilità e una gran rottura di coglioni. Dicono che forse me ne dovrei liberare prima di morire, che loro non ne hanno voglia di pensare alla manutenzione, alla cura, a preservare questo piccolo patrimonio che io e mia moglie abbiamo creato nell’arco della nostra vita, con i sacrifici e l’entusiasmo di vedere qualcosa di concreto fatto da noi. Non come i nostri, di genitori, che non ci hanno lasciato niente e a 15 anni ci hanno mandato in giro per il mondo nudi e crudi, che secondo loro eravamo in grado di cavarcela da soli. E forse avevano ragione loro, siamo stati noi della nostra generazione a essere troppo protettivi, sempre presenti a risolvere ogni piccola difficoltà dei nostri figli, a indicare loro la strada, a sostenerli fino a sostituirci nelle loro lotte, sempre preoccupati a non rendere la loro giovinezza penosa e dura come è stata la nostra. E il risultato ora, lo vedo nel loro rifiuto, nel loro mettermi da parte. Ma a cosa servo, io ora? Non ho neanche nipoti a cui dedicarmi, i miei figli non hanno fiducia nel matrimonio, dicono che è un’istituzione obsoleta, una gabbia per la loro libertà che ha bisogno di continue esternazioni e possibilità di affermazione. E in effetti li ho visti in difficoltà nelle convivenze che hanno sperimentato. Li ho sentiti lamentarsi del troppo lavoro, della routine soffocante, della mancanza di senso e infine separarsi con un respiro di sollievo, come quando si è stati troppo sott’acqua e si ha bisogno di una boccata d’aria rigenerante.
E adesso, in questa mattinata di sole, sto andando a comprare il giornale. Poi andrò a fare un po? di spesa e infine me ne tornerò a casa. Mi sta venendo mal di schiena e ho bisogno di riposo.